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Diario di un parroco di campagna
Diario di un parroco di campagna

Diario di un parroco di campagna

by Georges Bernanos
pubblicato da Mondadori

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Dettagli

Generi Romanzi e Letterature » Classici stranieri

Editore Mondadori

Collana Oscar classici moderni

Formato Tascabile

Pubblicato  01/01/2002

Pagine  252

Lingua Italiano

Isbn o codice id 9788804508571


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Diario di un parroco di campagna

Anonimo - 13/07/2009 20:15

voto 4 su 5 4

Un prete, come uomo di Dio, non dovrebbe mai provare la solitudine e l'angoscia esistenziale ad essa connessa e da essa, talvolta, dipendente e talaltra, fonte traboccante della prima; non dovrebbe essere mai triste, né invidioso della condizione altrui; non dovrebbe mai sentirsi incompreso dalla società in cui vive. Non dovrebbe diciamo comunemente, eppure lo è. Lo è almeno il protagonista del libro di Bernanos, che mette per iscritto un diario, come se fosse una teca nella quale custodire gelosamente i ricordi e riviverli, le sue vicissitudini di povero prete di campagna. E' alla fine dei suoi giorni. La sensazione del male fisico che divora il corpo malato si accompagna alla consapevolezza sempre più intensa e motivata del dilagare del male morale che avvinghia inesorabilmente tutte le persone con le quali interloquisce. Persone intese come individui singoli e non come aleatori animali sociali di aristotelica memoria. "Nessuno, ora, s'inquieta dei miei malanni" (p. 67) scrive nel suo diario il malconcio curato. Ma come potrebbero gli altri interessarsi, o soltanto concepire, i suoi malanni visto che la figura del prete, salvatore di anime, come quella del medico lo è dei corpi, deve essere considerata immune dal male, in qualunque forma esso si presenti. E' il prete che deve salvarci, come il medico, non noi lui. Non a caso i Santi sono "coloro che han ricevuto più degli altri" (p. 100) e i mediocri sono quelli che, poverini, "hanno bisogno di calore", di "un riparo" all'ombra e sotto le ali protettive della Chiesa. Nel gioco delle forze economiche il ricco agli occhi di essa diventa "il protettore del povero, il suo fratello maggiore". Ma essendo colui che rischia di più, ha più diritto di altri a sedere ai primi posti dell'aldilà, come lo è già dell'aldiquà. E così il nostro povero prete si trova stretto inesorabilmente tra due fuochi, fino a bruciarsi; da una parte una concezione pauperistica e lagnosa della vita e della società, dall'altra, una visione tendente a giustificare le diseguaglianze economiche dell'aldiquà con il soprannaturale. Il povero invidia "l'immagine ingenua" (p. 134) che si è fatta del ricco non sapendo che la sua casa è lungi dall'essere un luogo di pace e di preghiera. La grandezza del povero irraggia da lui a sua insaputa, mentre lui, stolto o ingenuo che sia, la mendica dal ricco. La giustizia che, nelle mani dei governanti diventa ingiustizia, è un potente e subdolo mezzo di controllo del livello di sopportazione del povero, della sua capacità di soffrire e di umiliarsi, di spossessarsi del suo io e di non urtare gli ingranaggi che portano alla creazione della ricchezza. In ultima analisi, l'incomprensione e la solitudine del prete sono figlie della laicizzazione della Chiesa e dell'incompiutezza del percorso cristiano.

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