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Descrizione

"Noi abbiamo cominciato questa grande lotta chiedendo più soldi e meno lavoro. Adesso sappiamo che questa è una parola d´ordine che capovolge che manda per aria tutti i progetti dei padroni tutto il piano del capitale. E adesso noi dobbiamo passare dalla lotta per il salario alla lotta per il potere. Compagni rifiutiamo il lavoro. Vogliamo tutto il potere vogliamo tutta la ricchezza". A scandire questo proclama è un personaggio di Vogliamo tutto, il romanzo con cui nel 1971 Nanni Balestrini raccontava il lavoro nelle fabbriche torinesi nell´ottica di un giovane operaio meridionale. Ma a sottoscriverlo, tra gli anni ´60 e la fine degli anni ´70, sarebbe forse stata la maggioranza dei giovani. Una generazione che voleva tutto ma che, paradossalmente, è rimasta "senza storia." Da Parigi a Berkeley, da Berlino a Milano la parola d´ordine era la stessa: "ancora pochi mesi" e l´odiato sistema capitalistico sarebbe crollato. Dopo di che, in una società priva di conflitti e non più "alienata", a ognuno sarebbe stata data la possibilità di avvicinare ciò che fino ad allora era stato separato: desiderio e realtà. Eppure quel drammatico ventennio che inizia con il 1960, anno in cui i moti di piazza contro il governo Tambroni sembrano confermare la possibilità di un´alternativa rivoluzionaria al riformismo del Pci, e si conclude con il 1988, quando l´assassinio del senatore Ruffilli segna l´ultimo tragico colpo di coda delle Brigate Rosse, è ancora al di fuori degli interessi della storiografia italiana. Molta memorialistica, viziata da uno sguardo emotivo e autorassicurante, e soprattutto un eccesso di strumentalizzazione politica hanno ritardato la ricerca storiografica sul passaggio dalla contestazione alla lotta armata. Anzi, una specie di "patto del silenzio" lega ancora oggi le istituzioni e i militanti dei vari gruppi. Pochissimi parlano dei legami internazioni del terrorismo italiano, dei suoi rapporti con la criminalità comune, delle infiltrazioni dei servizi segreti. Mentre sono proprio questi alcuni dei punti caldi che Angelo Ventrone affronta in una delle più chiare e organiche ricostruzioni mai apparse della parabola del movimento rivoluzionario italiano. Come mai tanti giovani hanno creduto di poter cambiare il mondo? Come volevano cambiarlo? Quanti di loro erano davvero convinti che la violenza fosse uno strumento necessario? L´autore cerca risposta attingendo a varie fonti con cui ricostruisce l´universo mentale e le pratiche politiche dei protagonisti di quegli anni: la memorialistica e le riviste dei vari gruppi, da Potere Operaio a Lotta Continua, dai maoisti ai trotzkisti; i documenti di questure e prefetture e gli atti giudiziari. Ma anche i testi dei volantini, le parole delle canzoni, le immagini dei film. Non per "ricercare il colpevole", ma perché i "compagni" di ogni schieramento abbiano finalmente il coraggio di raccontare non solo la violenza subita, ma anche quella messa in atto.

LA NASCITA DI "POTERE OPERAIO"
"Il 20 febbraio del 1967 uscì un nuovo periodico, ´Il Potere operaio´, espressione di un gruppo con lo stesso nome che gravitava intorno a Pisa e a Massa e che, come sappiamo, era nato da una scissione dai Quaderni rossi nel 1966. Il suo obiettivo fu subito chiaro: rafforzare la coscienza dello sfruttamento capitalismo subito dai lavoratori, per mezzo dello studio, della discussione, dell´intervento nelle lotte in fabbrica e dell´organizzazione degli operai contro il potere capitalistico, anche fuori dai luoghi di lavoro."

"Un importante saggio proprio sui rapporti tra il Sessantotto e la violenza politica. Nel testo molti documenti e citazioni d´epoca, poche interpretazioni ideologiche". Il Giornale

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