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La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme
La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme

La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme

by Hannah Arendt
pubblicato da Feltrinelli

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Descrizione

Otto Adolf Eichmann, figlio di Karl Adolf e di Maria Schefferling, catturato in un sobborgo di Buenos Aires la sera dell'11 maggio 1960, trasportato in Israele nove giorni dopo e tradotto dinanzi al Tribunale distrettuale di Gerusalemme l'11 aprile 1961, doveva rispondere di 15 imputazioni. Aveva commesso, in concorso con altri, crimini contro il popolo ebraico e numerosi crimini di guerra sotto il regime nazista. L'autrice assiste al dibattimento in aula e negli articoli scritti per il "New Yorker", sviscera i problemi morali, politici e giuridici che stanno dietro il caso Eichmann. Il Male che Eichmann incarna appare nella Arendt "banale", e perciò tanto più terribile, perché i suoi servitori sono grigi burocrati.

Dettagli

Generi Storia e Biografie » Storia dell'Europa » Olocausto, Genocidi e Pulizia etnica » Periodi storici » Storia del XX e XXI secolo , Psicologia e Filosofia » Filosofia: Specifiche aree » Etica e filosofia morale

Editore Feltrinelli

Collana Universale economica. Saggi

Formato Tascabile

Pubblicato 23/09/2013

Pagine 320

Lingua Italiano

Isbn o codice id 9788807883224

Traduttore P. Bernardini

8 recensioni dei lettori  media voto 4  su  5
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La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme the_fair_elf

Enrico Ferraris - 14/05/2017 22:08

voto 5 su 5 5

Nel 1963 Hannah Arendt viene inviata dalla rivista 'The New Yorker' a Gerusalemme a seguire il processo a Eichmann. Il gerarca nazista, dopo la guerra, aveva riparato in Argentina da dove il Mossad lo aveva rapito per processarlo. L'accusa era quella di avere messo in pratica la 'soluzione finale' ovvero lo scientifico sterminio degli ebrei nei campi di concentramento. Si badi bene: non aveva domandato i campi, semplicemente ne aveva organizzato il funzionamento. Un lavoro da burocrate. Ed è questo che la Arendt vuole mettere in evidenza. Eichmann era solo un piccolo burocrate, dedito alla causa nazista solo perchè questo gli aveva permesso di fare carriera. In tempo di pace sarebbe stato invece un dirigente di qualche multinazionale che avrebbe salito la scala gerarchica semplicemente eseguendo degli ordini. E infatti questa era la sua giustificazione al suo operato nelle SS: aver semplicemente seguito degli ordini. Quindi per lui lavorare per la Wolkswagen o fare il gerarca nazista era sostanzialmente lo stesso. La tremenda domanda che conseguentemente sorge spontanea è questa: se oggi dovesse ripetersi un orrore simile, anche il mio vicino di scrivania carrierista diventerebbe un amministratore di morte come Eichmann pur di essere promosso? Questa domanda temo abbia risposta affermativa. La banalità del male. Il male visto non come eccezione frutto di situazioni estreme, ma invece allignante sotto la superficie e pronto a sgorgare non appena gliene viene data l'occasione. #lamiarecensione -

La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme leaf76

leaf76 - 13/05/2017 13:48

voto 5 su 5 5

1961, Gerusalemme, Tribunale distrettuale. E' in questo luogo che viene processato Otto Adolf Eichmann, ed e' in questo luogo che Hannah Arendt, filosofa, ebrea, allieva di Martin Heidegger e autrice del saggio "Le origini del Totalitarismo", si reca per assistere al dibattimento come inviata del "New Yorker". Ma chi è Adolf Eichmann, che i filmati dell'epoca ci mostrano come un individuo dall'aspetto ordinario, curato, "per bene" saremmo portati a dire. E' possibile che sia davvero responsabile dei crimini che gli vengono imputati? Crimini contro l'umanità, crimini di guerra e crimini contro il popolo ebraico. Un simile individuo non dovrebbe incutere terrore a prima vista? Non dovrebbe avere lo sguardo di un demone dell'inferno in cui la ferocia e l'orrore del genocidio traspaiano da ogni suo gesto, ogni sua parola? Ciò che invece appare ed emerge, guardandolo e ascoltandolo, è riassunto dalla Arendt in due essenziali parole che userà per intitolare il suo libro "La banalità del male". Due termini, banalità e male, che benché possano apparire ossimorici, racchiudono in sé una verità per nulla rassicurante, ci rendono consapevoli che anche i grandi orrori della Storia possono compiersi attraverso individui non particolarmente malvagi, non necessariamente crudeli, ma attraverso individui normali, che un regime totalitario è stato in grado di privare della capacità di pensare da sé, in maniera autonoma, incapaci di rifiutare le verità da esso confezionate per descrivere una realtà non vera ma illusoria. Uomini e donne in cui la moralità, la voce della coscienza è stata messa a tacere dall'alibi di dover eseguire degli ordini, di dover rispondere a un superiore in grado. Burocrati, è questo il termine che abbiamo imparato ad associare a tali individui. Hannah Arendt, dunque, ci racconta la modalità con cui venne organizzata la grande macchina dello sterminio, dalle iniziali espulsioni alle successive deportazioni che culminarono nell'orrore della soluzione finale. Ci racconta come ciò avvenne in quasi tutti i paesi Europei caduti sotto il controllo del Reich ad eccezione di due di essi, la Danimarca e l'Italia, che per ragioni diverse non si sottomisero del tutto al terrore. La prima perchè aveva "un'innata comprensione dei doveri e delle responsabilità di una nazione che vuole essere veramente indipendente", la seconda perché ebbe, nei confronti degli Ebrei, un atteggiamento che fu il "prodotto della generale, spontanea umanità di un popolo di antica civiltà". La Danimarca per ragioni di "testa", l'Italia per ragioni di "cuore" dimostrarono al mondo che è possibile l'umana convivenza. Personalmente la lettura di questo libro mi ha lasciato il desiderio di approfondire i temi trattati dall'autrice, che sono così numerosi e profondi che questa recensione è riuscita a descrivere in piccolissima parte. Tra essi vi è senz'altro la natura dei "crimini contro l'umanità", che il Ventesimo secolo si è trovato impreparato nel tentativo di comprendere e giudicare, ma che non può esimersi dal farlo poiché, come scrive la Arendt, un reato commesso una volta è assai probabile che si ripeta nuovamente e osservando quanto sta succedendo nel mondo può apparire profetica una delle frasi che l'autrice inserisce nell'Epilogo del libro "... L'enorme incremento demografico dell'era moderna coincide con l'introduzione dell'automazione, che renderà superflui anche in termini di lavoro grandi settori della popolazione mondiale; e coincide anche con la scoperta dell'energia nucleare, che potrebbe invogliare qualcuno a rimediare a quei due pericoli con strumenti rispetto ai quali le camere a gas di Hitler sembrerebbero scherzi banali di un bambino cattivo. E' una prospettiva che dovrebbe farci tremare". #lamiarecensione -

La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme magnolina

monica pozzoli - 07/05/2017 10:37

voto 5 su 5 5

Questo libro è il resoconto di un processo, quello ad Otto Aldol Heichmann un ufficiale delle SS incaricato, nelle fasi finali della guerra, dello smistamento dei vari convogli di ebrei destinati ai campi di sterminio. Hanna Arendt, lei stessa ebrea, venne mandata dal New Yorker a Gerusaleme a seguire il processo. Non troverete riportate le varie testimonianze, i colpi di scena, ma è più un resoconto, forse più un'analisi, della storia professionale dell'imputato, dei fatti del periodo, delle condizioni in cui ha operato. Ciò che sorprende subito è l'oggettività della Arendt, soprattutto quando spiega e critica la valenza idiologica del processo voluto dall'allora primo ministro Ben Gurion, che doveva condannare non le effettive colpe dell'imputato ma tutti i mali subiti dagli ebrei. La Arendt descrive Heichmann spesso come uno stupido, un povero ignorante, con gravi problemi di memoria (a suo danno), ma non come un folle assassino antisemita. Non aveva mai ucciso personalmente nessuno, non odiava gli ebrei, tutt'altro, erano stati lontani parenti ebrei ad aiutarlo a trovare lavoro e ne era riconoscente. Nelle prime fasi della guerra il suo compito, come esperto di questioni ebraiche, era agevolare l'emigrazione degli ebrei, favorendoli in ogni modo, come obbligare i più ricchi a pagare per i più poveri, e lo fece in modo efficace. Quando poi però Hitler capì che con l'emigrazione non avrebbe liberato il Reich velocemente e si decise per l'eliminazione di massa, Heichmann eseguì i suoi nuovi compiti di organizzatore di emigrazione forzata verso la morte con la stessa cura.Non lo fece per paura di disobbedire, ne perchè era diventato antisemita. Non lo fu mai. Le motivazione sono banali come indicato nel titolo e per conoscerle bisonga leggere il libro. L'autrice però si interroga non solo sulle colpe dell'imputato e degli altri ufficiali, ma anche quelle della società in generale e ancor di più delle istituzioni ebraiche, che fornirono una fondamentale collaborazione al Reich. Il libro è attuale perchè se lo si legge non pensando a come hanno agito quelle singole persone, ma come l'umanità agisce e noi stessi agiremmo in quelle situazioni, al decadimento morale a cui possiamo giungere. Arriviamo a fare riflessioni su noi stessi e sull'uomo in senso lato. Le mie sono state sconfortanti la propensione dell'uomo verso il male è qualcosa di facile, semplice e comune, come è difficile riconoscerlo. E che è importante opporsi e protestare quando lo si riconosce, Eichmann ripetè più volte, parlano d ella sua coscienza, che nulla e nessuno, l'intera società gli fece mai capire che stava sbagliando. Nessuno protestava, nessuno si opponeva e quindi era bene ciò che faceva. Lo consiglio inoltre per come è ben documentato ed esaustivo , troverete cose che pur avendo letto e visto molto sul quel periodo di sicuro non sapete, questo grazie alla notevole professionalità e per l'onestà intellettuale dell'autrice . #lamiarecensione -

La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme amarta60

amarta60 - 16/03/2017 11:52

voto 4 su 5 4

molto interessante, impegnativo, a tratti secondo me prolisso ma forse è il prezzo da pagare per tanta informazione. mi ha rivelato l'eccezione della danimarca, l'unica nazione europea che si oppose compatta al nazismo. e mi ha colpita l'osservazione sui polacchi: portavano un distintivo come gli ebrei, una "p" nel loro caso, e se la germania avesse vinto la guerra sarebbero stati sterminati. "non è una semplice congettura", dice la arendt, e motiva. asciutta com'è, distaccata e obiettiva, mette i brividi proprio perché si capisce che non sono le emozioni a parlare.

La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme jessmich

jessmich - 07/03/2017 10:56

voto 3 su 5 3

#lamiarecensione "La banalità del male", un titolo azzeccato per i temi affrontati. Si parla di un tema che credo sarà sempre attuale. Hannah Arendt ha vissuto durante la seconda guerra mondiale e ciò che il suo pensiero per un certo periodo non è stato accettato. La Arendt vuole trovare delle motivazione a ciò che è successo. È riuscita a spiegare come mai la maggioranza degli individui hanno obbedito agli ordini rendendo possibile quell'indescrivibile situazione. Hannah Arendt, mi sembra di ricordare, sia effettivamente andata a Gerusalemme per vedere il processo di Otto Adolf Eichmann. Questo processo funge da esempio, sicuramente molti altri, se non quasi tutti, si saranno svolti nello stesso modo. Eichmann si difende dicendo di aver eseguito gli ordini, e qui noi siamo portati a riflettere se sia giusto o no. Perché doveva eseguire gli ordini? Avrebbe dovuto rifiutarsi e accettare le conseguenze, magari morire? È una scelta così semplice? Probabilmente no, ci sono anche molti altri aspetti da considerare e se ne potrebbe parlare per ore. La Arendt con un solo testo riesce a introdurre nella nostra mente molte domande, anche senza una risposta, che ci portano a riflettere su quanto possiamo essere guidati nel nostro operato, sul male in generale, su come funziona il mondo. Anche se la seconda guerra mondiale è terminata, non è detto che non ce ne sarà mai una simile. Siamo noi nel nostro piccolo a deciderlo.

La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme isacut

isacut - 05/03/2017 18:07

voto 5 su 5 5

Hanna Arendt si ripropone di esaminare il fenomeno nazista attraverso l'analisi di un individuo, Otto Adolf Eichmann, e del processo, che lo vede come imputato, tenutosi a Gerusalemme nel 1961. Attraverso questo modus narrandi, l'autrice illumina il lettore circa determinate questioni che sono di estrema importanza perché costituenti un collante tra le varie vicende storiche che si sono susseguite prima, durante e dopo gli anni della dittatura hitleriana. E importante sottolineare che l'obiettivo della Arendt e di questa sua pubblicazione non è quello di fornire una risposta alle classiche domande sul come e sul perché sia potuto accadere un simile evento quale la progettazione di uno sterminio di una intera razza, quanto piuttosto quello di porre l'attenzione su determinate questioni che potremmo definire scomode. Si vuole far riflettere così sulla giustizia, facendo riferimento al valore dellapparato legislativo statale, della sua valenza e della sua superiorità o meno ai principi della morale. Si vuole far riflettere così sulla responsabilità derivante dalla commissione di determinate azioni, soprattutto se conformi alla legislazione vigente. Infine, passando nella Storia e attraverso la realtà individuale dei singoli, si vuole far riflettere sulla lezione della spaventosa, indicibile, inimmaginabile banalità del male. #lamiarecensione -

La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme virginia2302

virginia2302 - 03/03/2017 21:48

voto 3 su 5 3

"Non si sentiva colpevole nel senso dell'atto di accusa". Credo che non ci siano parole che possano, in qualche modo, tentare di spiegare e che ognuno di noi sia in grado di riflettere su tutto il peso di questa citazione. Come ci dice la descrizione, l'autrice, che assiste di persona in vece di corrispondente, riporta gli atti del processo al quale fu sottoposto Otto Adolf Eichmann nel 1961 a Gerusalemme. Sin dall'inizio mi ha colpito lo stile sintetico e preciso, quasi "giurista", basato sui fatti così come vengono presentati. Solo qualche volta concede spazio a commenti personali e, altre ancora, ci porta con sé nell'aula di tribunale ad osservare attraverso i suoi occhi quell'uomo così ordinario, rinchiuso in una gabbia di vetro, al cospetto della giuria. È un libro che sicuramente, nella sua chiarezza espressiva, raccoglie e trasmette l'orrore di cui ci assumiamo il compito di essere testimoni. Leggere di chi incolpa il corso della storia per le sventure accadute al popolo ebraico, di chi ha agito da carnefice pur non aderendo ad alcun fanatismo antisemitico, di chi non negava ma non si pentiva, mi ha fatto accapponare la pelle. #lamiarecensione -

La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme albertoannarilligmailcom

albertoannarilligmailcom - 15/02/2017 14:51

voto 3 su 5 3

#lamiarecensione - Questo lavoro di una studiosa come Hannah Arendt è ormai divenuto parte integrante del sapere della conoscenza occidentale, non si può prescindere dal comprendere quello che ha spinto ad uno sterminio di massa. Come è stato possibile? Come è stato possibile che la nazione che ha dato i natali a Martin Lutero, Erasmo, Kant, Hegel, Schopenhauer, Goethe, Heine, Beethoven, Bach e tanti altri, abbia permesso una catastrofe della storia dell'umanità così grande?La banalità del male si pone al centro di una serie di lavori che ci aiutano a comprendere come si sia passato dalla 'rispettabilità borghese' alla cieca obbedienza per mettere in atto 'la soluzione finale al problema ebraico'. Fin dall'ascesa dei nazionaldemocratici al governo tedesco, ma ancora prima, la stessa idea di anormalità che la borghesia imputava ai 'diversi': omosessuali, lesbiche, ebrei, tutto ciò ha portato al profondo inasprirsi delle tensioni sociali e culturali all'interno della Germani fra le due guerre. Altri saggi e lavori di studiosi ci aiutano a delimitare e mettere a fuoco quello che la Arendt qui delinea a chiare lettere: mi riferisco ad Hausner, Fridländer, Bauman, Mosse; questi studiosi ci consentono di avvicinarci quanto più possibile alla tremenda verità, che ancora qualcuno si ostina a seppellire. Quello che ci lascia senza parole è lo scoprire come gente normale, funzionari, militari, uomini e donne che vivevano normalmente fino a poco prima dello scoppio della guerra, siano passati ad essere coloro i quali hanno aiutato un folle a perpetrare un'ecatombe d'uomini. 'Rispondevamo solo agli ordini': fino a questo punto l'industrializzazione e la società moderna hanno spinto l'uomo? Fino a questo punto hanno permesso all'uomo di estraniarsi dalla realtà effettiva? La realtà è che la coscienza umana sarebbe intervenuta contro questo eccidio se e solo se la popolazione fosse stata veramente contraria a questo sterminio, purtroppo però secoli di antigiudaismo (Wagner in primis per tutta la seconda metà del secolo si è aspramente battuto contro il giudaismo) hanno compromesso la capacità di aver coscienza di questo antico e forte popolo con alle spalle un ricco bagaglio di sapere. La banalità del male è tutto questo e altro ancora.Grande consiglio per una lettura che riesce ad aprire la mente.

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