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Storia della mia ansia

by Daria Bignardi
pubblicato da Mondadori

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Un pomeriggio di tre anni fa, mentre stavo sul divano a leggere, un'idea mi ha trapassata come un raggio dall'astronave dei marziani. Vorrei raccontare così l'ispirazione di questo romanzo, ma penso fosse un'idea che avevo da tutta la vita. "Sappiamo già tutto di noi, fin da bambini, anche se facciamo finta di niente" dice Lea, la protagonista della storia. Ho immaginato una donna che capisce di non doversi più vergognare del suo lato buio, l'ansia. Lea odia l'ansia perché sua madre ne era devastata, ma crescendo si rende conto di non poter sfuggire allo stesso destino: è preda di pensieri ossessivi su tutto quello che non va nella sua vita, che, a dire il vero, funzionerebbe abbastanza. Ha tre figli, un lavoro stimolante e Shlomo, il marito israeliano di cui è innamorata. Ma la loro relazione è conflittuale, infelice. "Shlomo sostiene che innamorarci sia stata una disgrazia. Credo di soffrire più di lui per quest'amore disgraziato, ma Shlomo non parla delle sue sofferenze. Shlomo non parla di sentimenti, sesso, salute. La sua freddezza mi fa male in un punto preciso del corpo." Perché certe persone si innamorano proprio di chi le fa soffrire? E fino a che punto il corpo può sopportare l'infelicità in amore? Nella vita di Lea improvvisamente irrompono una malattia e nuovi incontri, che lei accoglie con curiosità, quasi con allegria: nessuno è più di buon umore di un ansioso, di un depresso o di uno scrittore, quando gli succede qualcosa di grosso.

Incipit

Shlomo sostiene che innamorarci sia stata una disgrazia. La prima volta che l’ha detto mi ha ferita, poi ho capito che aveva ragione: insieme siamo infelici.

Credo di soffrire più di lui per quest’amore disgraziato, ma chi lo sa cosa provano veramente gli altri, cosa prova persino tuo marito.

Shlomo non parla delle sue sofferenze: pensa che farlo sia indecente, o ha imparato a fingere che non esistano. È il suo modo per difendersi da loro e da me.

Forse Shlomo non soffre, tranne che per me, anche se lo ammette solo quando gli dico che mi fa soffrire. Allora mi guarda stizzito, un lampo scurisce i suoi occhi gialli e sibila: «E io credi che non stia male?». Non spiega perché. Shlomo non si lamenta. Shlomo non chiede.

Insieme stiamo male, ma non possiamo lasciarci.

Dice che non mi lascerà mai, non so se per senso di responsabilità, pigrizia, o perché mi ama più di quanto sia disposto a riconoscere.

Io non lo lascerò perché sono innamorata di lui, della sua grazia nascosta come un minerale, del suo odore, del suo modo di parlare coi bambini.

Non lo sopporto ma lo amo. Shlomo è la mia croce.

Deve essermi toccato per punirmi di qualcosa che ho fatto in una vita precedente, o da ragazza, quando spezzavo cuori senza neanche accorgermene. Sono stata una figlia amata, anche se amata male, mentre non ho mai visto la madre di Shlomo abbracciarlo: le rare volte che si incontravano porgeva la guancia per farsela sfiorare con un bacio. Shlomo sostiene che avere avuto una madre anaffettiva sia un vantaggio. Disprezza i sentimentalismi, i sentimenti lo annoiano.

A volte penso che sia stato vaccinato dalla sua infanzia – della quale non mi ha mai parlato – di bambino grasso. A tredici anni ha scoperto la palestra e si è trasformato nell’uomo massiccio di oggi, ma è stato un bambino grasso, con una madre rigida e un padre assente, ed è cresciuto in una comunità ristretta e contadina: chissà se ha patito, se lo hanno preso in giro, se ha dovuto combattere e imparare a difendersi. Quello che impari da bambino non lo perdi più.

Nelle poche foto d’infanzia che mi ha mostrato era sempre accigliato. O forse, più che accigliato, il suo sguardo era concentrato, pronto, serio, come quello di oggi. Lo sguardo vigile di chi sta attento a non lasciarsi sottomettere.

Shlomo non parla dei problemi di Israele, delle guerre, degli attentati, del genocidio che ha coinvolto i suoi nonni. A volte penso che si senta in colpa per essere andato via. Altre che mi abbia sposata per lasciarsi tutto alle spalle.

Shlomo non sopporta la mia ansia. La scambia per mancanza di fiducia in me stessa e in lui. Pensa che sia una debolezza. Lo so come funziona: anche io odiavo l’ansia di mia madre, ma capivo che era una malattia. Odiavo la sua ansia, non lei.

Shlomo non capisce le malattie perché non si è mai ammalato. A sentir lui, gli è capitata solo la disgrazia di innamorarsi di me, nella vita. Per questo a volte temo che al primo accidente rischi di spezzarsi in due, come un albero colpito dal fulmine. Ma Shlomo sa proteggersi. Io non ne avevo mai sentito il bisogno, prima.

Ho vissuto godendo di tutte le emozioni fino in fondo: mi piaceva sentirmi esaltata e persino sconvolta, dalla vita. Shlomo invece è lineare, distaccato. Lo è sempre stato, ma un tempo sapevo che mi amava. Ora non più.

L’ultima volta che gliel’ho chiesto ha risposto “Non lo so e non lo voglio sapere”. Me lo ha scritto in un messaggio: quando l’ho letto ho sentito un dolore acuto al petto, come se mi avesse sferrato una coltellata.

La freddezza di Shlomo mi fa male in un punto preciso del corpo.

La prima volta che abbiamo fat

Dettagli

Generi Romanzi e Letterature » Romanzi italiani

Editore Mondadori

Collana Scrittori italiani e stranieri

Formato Libro

Pubblicato 20/02/2018

Pagine 186

Lingua Italiano

Isbn o codice id 9788804673156

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