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Umberto Eco e il Pci. Arte, cultura di massa e strutturalismo in un saggio dimenticato del 1963
Umberto Eco e il Pci. Arte, cultura di massa e strutturalismo in un saggio dimenticato del 1963

Umberto Eco e il Pci. Arte, cultura di massa e strutturalismo in un saggio dimenticato del 1963

Claudio Crapis - Giandomenico Crapis
pubblicato da Imprimatur

Prezzo online:
16,00
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Il 5 e il 12 ottobre 1963, in un momento in cui emergevano tumultuosamente fermenti nuovi nel campo della società e della cultura, il settimanale del Pci «Rinascita» pubblicava un lungo articolo di Umberto Eco «sui problemi della cultura di opposizione». Ne scaturì una vivace discussione che si protrasse per mesi, nella quale intervennero intellettuali ed esponenti del Partito. Il saggio di Eco gettava un sasso nello stagno delle strategie estetiche marxiste: la precoce notorietà del giovane intellettuale, la novità dell'impostazione, la vastità dei riferimenti, l'introduzione di temi inediti, e la capacità di tenere insieme "alto" e "basso", nonché di spaziare in campi tra loro molto diversi - dalla musica di Celentano all'antropologia di Lévi-Strauss - ne facevano immediatamente una provocazione feconda per la cultura di sinistra. Nel suo scritto egli metteva spregiudicatamente al centro dell'analisi la società di massa, i suoi gusti, i suoi consumi, i suoi miti. Il dibattito non si fece attendere, coinvolgendo in prima persona figure come la dirigente comunista Rossana Rossanda, il filosofo Louis Althusser, il poeta Edoardo Sanguineti. Il denso intervento, e la sua intrinseca politicità, sembra però essere sfuggito in questi decenni alla maggior parte della letteratura critica, dimenticato o tuttalpiù rubricato nella storia del Gruppo 63. E invece qui riproposto, insieme ad una sua puntuale e approfondita analisi critica, storica e semiologica condotta da Claudio e Giandomenico Crapis. Soprattutto per l'attualità che quella riflessione riveste ancora oggi, se solo si pensa ai diffusi atteggiamenti di sdegnoso rifiuto o - specularmente - di acritica accettazione da parte di intellettuali e politici di sinistra rispetto alla popular culture; e alla rinuncia, nell'uno e nell'altro caso, di qualsiasi tentativo di analisi che vada al di là della ratificazione del già esistente. Ma il lungo intervento è interessante anche per due altre ragioni. Perché esso anticipava la successiva svolta semiotica dell'autore e perché faceva emergere un aspetto forse inesplorato del primo Eco: la ricerca, lui già cattolico, di un rapporto con la cultura marxista e il tentativo di coniugare Marx con nuove scienze come lo strutturalismo, senza mai abbandonare la forte tensione all'impegno, in un'ottica, come egli sottolineava, "modificatoria" della realtà. Un aspetto, questo, che l'articolo su «Rinascita» illumina di nuovo interesse.

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