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Mi chiamavano piccolo fallimento
Mi chiamavano piccolo fallimento

Mi chiamavano piccolo fallimento

by Gary Shteyngart
pubblicato da Guanda

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Descrizione

Il piccolo ebreo russo Igor Shteyngart, ribattezzato con ruvido affetto paterno "Moccioso" per via dei continui attacchi d'asma, si trasforma, pochi anni dopo essere sbarcato a New York, in Gary, fan adolescente di Ronald Reagan, convinto oppositore del welfare e pervaso di un razzismo profondo quanto infondato. Nel frattempo è stato bollato dagli insegnanti come Fetido Orso Russo per via del suo immancabile cappotto con il collo di pelliccia, ha contrastato il disprezzo dei compagni vestendo i panni di Gnu, autore della Gnorah (un'irriverente parodia della Torah), e si è guadagnato l'appellativo di "Piccolo Fallimento". Un'invenzione amorevole (più o meno) della madre, la prima ad abbandonare l'illusione che quel figlio potesse riscattare con una laurea in legge o in medicina i decennali sacrifici di Papa e Mama, le loro giacche di pelle polacca e il loro pessimo inglese. Ma per smentire le fosche previsioni materne, mettere ordine nella selva delle proprie identità e assicurarsi tutto ciò che desidera - il formaggio della nonna Galja, l'amore di una ragazza, il sospirato contratto editoriale... - Gary ha a disposizione uno strumento formidabile: la scrittura. E scrivendo, infatti, che trova la propria voce, divertente, inventiva e provocatoria, una fonte inesauribile che sgorga da un'esperienza contraddittoria, vissuta a cavallo di due paesi non solo diversi tra loro, ma acerrimi nemici, eppure capace di garantirgli, finalmente, un posto nel mondo.

La nostra recensione

Se si volesse riassumere in una sola frase questo formidabile libro di Gary Shteyngart si potrebbe dire così: immigrato ebreo-russo negli Stati Uniti, sfortunato in amore ma dotato di una micidiale autoironia, diventa scrittore di successo per salvarsi dall’isolamento... e dai genitori. Scrittore dall’ironia tagliente e disarmante, capace di spazzare via pregiudizi, moralismi e falsità con una prosa mordace e sferzante, nei romanzi precedenti Shteyngart aveva già mostrato tutto il suo talento narrativo, sostenuto sì dall’umorismo e dal sarcasmo in cui è maestro, ma da cui filtrava anche una purezza di sentimenti, una spontaneità di emozioni che lasciavano un segno vivido nel lettore. Questa è invece la storia della sua vita. Un memoir, come si usa definirlo, che nel suo caso diventa una specie di romanzo di formazione in cui si riversano le avventure divertenti, malinconiche, tragiche, a volte spassose a volte tristissime, che lo hanno visto protagonista insieme alla sua famiglia, cornice fondamentale e imprescindibile di questa storia di immigrazione. Il padre e la madre hanno un ruolo fondamentale nella trasformazione del bambino asmatico e malaticcio, solitario ed introverso - affettuosamente chiamato dalla madre failurchka, piccolo fallimento, curiosa e divertente fusione russo-inglese -, in uno degli scrittori più apprezzati della sua generazione, un processo che non è potuto certo avvenire senza sofferenze, traumi, incidenti, delusioni, cadute. La trascinante ironia di Shteyngart macina tutto: l’incomprensione dei genitori, a volte solo indifferenti altre volte perfino ostili, un ambiente di degrado ed emarginazione da cui innalzarsi a poco a poco, una lotta disperata - il più delle volte vana - per conquistare l’amore di una ragazza, la dipendenza da droghe e alcool; così l’unica vera salvezza, la via di fuga, l’approdo dopo un percorso comunque tormentato e tortuoso diventa la scrittura, rigenerante, produttiva, inesauribile. Non senza la consueta ironia Shteyngart considera la scrittura “una responsabilità che mi perseguiterà per il resto della vita”; ed è un bene che continui a non dargli tregua perché, come concordano molti critici americani, Shteyngart è un raro esempio di scrittore che migliora libro dopo libro.
Antonio Strepparola

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